Mapperò

NON SI DICE

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Referendum Costituzionale

In questo periodo dell’anno, siamo soliti chiederci cosa fare a capodanno. Se spendere il doppio per una cosa che, dopo una settimana, pagheremo la metà; se starsene nella propria città, o magari rimediare una festa carina, non troppo lontana. Come i precedenti anni, quest’anno non so ancora cosa fare, ma questa volta ho una scusa più che valida: ho dovuto pensare a cosa farò al referendum. Giorni, settimane e mesi di dubbi esistenziali e monologhi televisivi, venti di cambiamento e promesse riproposte (come se una promessa riproposta non fosse già stata tradita), verità interpretate, bugie ostentate, discussioni, accuse, insulti e qualsiasi cosa venisse in mente, purché fosse un tentativo, l’estremo sforzo di guadagnare anche solo un consenso in più. Risultato: confusione. Per questo mi sono messo a tavolino, ho letto la riforma, ho letto i pareri contrari e favorevoli, senza ascoltarne le voci. Quelle no, quelle proprio non ce l’ho fatta. Le voci ingannano, confondono. Una frase pronunciata bene, affascina anche se è sbagliata. Meglio leggere. Sempre.

I principali obiettivi della riforma, secondo quanto difeso dai suoi sostenitori, sono: diminuire il numero dei parlamentari, accelerare l’iter legislativo, diminuire i costi della politica, introdurre una legge elettorale che garantisca la governabilità e risolvere le infinite contese Stato-Regioni. Per farlo si propone di ridurre il numero di senatori da 315 a 100, levando loro l’indennità, rendere di esclusiva competenza della Camera dei Deputati la maggior parte delle materie, anche quelle solitamente riservate alla Regioni e proporre una legge elettorale che, memore della sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale, eviti i principi di incostituzionalità e garantisca la governabilità del Paese.

Leggendo gli obiettivi, gagliardamente pronunciati, da splendide voci nate per incantare, senza preoccuparsi anche di informare, sarebbe da folli puntare i piedi, in difesa di una Costituzione, che non troppo tempo fa qualcuno diceva essere “la più bella del mondo”.

Eppure la magagna, se la cerchi, alla fine la trovi. Neanche cercando troppo, in fin dei conti. Perché conti alla mano, il Senato, nel 2016, spenderà per il proprio funzionamento circa 540 milioni, la riforma ne farà risparmiare 48 in totale, al netto delle tasse che non sarebbero più versate dai senatori. Per capirci, lo stesso costo di un f-35, appena il doppio del costo annuo dell’aereo presidenziale di Renzi. Sempre per capirci, sarebbe bastato un taglio del 10% sugli stipendi dei parlamentari per ottenere la stessa cifra. I senatori inoltre, non percepiranno indennità -in quanto già la percepiscono dalle mansioni di consigliere regionale o sindaco- ma un rimborso spese sì, che servirà a coprire spese di alloggio, vitto, trasporti, portaborse e qualsivoglia necessità relativa allo svolgimento del proprio doppio incarico. I senatori saranno nominati, non più eletti, tutti con l’immunità. Non avranno vincolo di mandato, il che significa che per quanto la si voglia fare passare come la Camera delle Regioni (stile Bundesrat tedesco), il senatore non è obbligato a tenere la posizione decisa in consiglio regionale: terrà quella che vuole, probabilmente quella del proprio partito.

L’iter legislativo non è vero che si velocizza.

Ben 22 materie dovranno obbligatoriamente essere discusse dal Senato; le restanti invece, possono essere ugualmente discusse dal Senato, con la richiesta di appena 1/3 dei senatori. Sarà la Camera dei Deputati poi a decidere se ignorare le modifiche (se riguardano leggi di bilancio o leggi di esclusiva regionale, dovrà farlo con maggioranza assoluta) o accettarle. Inoltre, da quelli che erano 2 iter legislativi, se ne passa ad un numero imprecisato che varia dai 7 ai 10. Non si faranno leggi più veloci, ma leggi meno controllate. Anche perché il problema dell’Italia non è, come si vuol far credere, la lentezza dell’iter legislativo : l’Ufficio studi del Senato ha calcolato che occorrono in media 53 giorni per una legge ordinaria; 46 per un decreto e 88 giorni per una legge finanziaria. Il lodo Alfano nel 2008 passò in 25 giorni, quello Schifani nel 2003 passò in 69 giorni, il Salva-Italia di Monti e Fornero addirittura in 16 giorni, mentre, sembra assurdo, la Legge Li Gotti sulla corruzione passò in 1456 giorni; quella Centaro sull’usura ed estorsione, in 1357 giorni. Davvero il problema è l’iter legislativo?

Riguardo al rapporto Stato-Regioni, ci sarà un accentramento totale del potere nelle mani del Governo. Infatti, terminerà la legislazione concorrente, e seppur le regioni manterranno l’esclusività su diverse materie, il Governo, con la “clausola di supremazia statale”, si avvale il diritto di decidere su queste materie, che dovrebbero essere di esclusiva competenza regionale. In questo modo si allontanerà, ancor di più, il centro decisionale dal territorio. Sempre più decisioni verrano prese lontane, da dove le relative conseguenze accadranno. Si toglierà potere alla province, che non verranno abolite, ma solo private del riconoscimento costituzionale. Senza soffermarsi sul fatto che, a mio modo di vedere, le Province dovrebbero essere il vero punto di raccordo tra enti territoriali e Stato, in quanto più vicine al territorio delle Regioni e precedenti storicamente, la riforma creerà ancora più contenziosi, in quanto le Regioni non potranno far fronte autonomamente e rapidamente a quei problemi che, lo Stato, troppo lontano e indaffarato, non sarà in grado neanche di comprendere. Come se un tuo amico dopo aver bevuto troppo, ti chiedi di aiutarlo, e tu, per dargli una mano, prendi la macchina e te ne vai. Ma che davvero?!

Per terminare occorre parlare della nuova legge elettorale: l’Italicum.

La storia nasce dalla sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale, che sanciva l’incostituzionalità della legge elettorale Calderoli (Porcellum), per due punti: le liste bloccate, con cui si negava al cittadino il diritto di scegliere i propri rappresentati e il premio di maggioranza, che non fissava una soglia minima per ottenerlo.  Bene! Con l’Italicum, la soglia di sbarramento per il premio di maggioranza è del 40%, ciò significa che se una lista ottiene il 40% si prende il premio, altrimenti si andrà al ballottaggio, dove questo sbarramento decade. In questo periodo storico, nessun partito può ottenere il 40% al primo turno, perciò ci sarà un ballottaggio, dove chi vince, anche solo prendendo un voto in più dell’avversario, otterrà uno spropositato numero di seggi, senza la soglia minima di voti richiesta dalla sentenza della Corte Costituzionale. Non c’è proporzionalità tra voti effettivi e seggi assegnati. Non è questione di governabilità, ma di rappresentanza, soprattutto per un altro motivo: l’Italia verrà diviso in 100 collegi, ognuno dei quali nominerà tra i 3 e i 9 deputati. Tutto ciò avviene con delle liste, sulle quali è possibile dare due preferenze (se di genere diverso). Questo basterebbe ad eliminare la fastidiosa questione dell’incostituzionalità. La realtà dei fatti, però, come spesso accade, è un’altra. Nessuna di queste preferenze verrà eletta, se non quella del partito vincitore, che, vincendo, avrà a disposizione più seggi all’interno di un collegio e quindi potrà assegnarli ai candidati con più preferenze. Gli altri partiti otterranno solo un seggio, che è già stato affidato al capolista bloccato, scelto unicamente dal partito, il quale, per essere proprio sicuro di ottenere la poltrona da deputato, può essere candidato in 10 diversi collegi contemporaneamente. I senatori Pd Federico Fornaro e Carlo Pegorer, hanno calcolato quanti capilista, nominati dai soli vertici dei partiti, andranno alla Camera all’insaputa di un elettore che crede di aver votato con una preferenza: il 60,8%, cioè 375 su 630. Ai quali si aggiungeranno i 100 senatori nominati dai consigli regionali. Tirando le somme avremo 474 parlamentari nominati e solo 242 deputati eletti. Raggirando quindi, per la seconda volta, la sentenza della Corte Costituzionale. A chi risponderanno questi parlamentari? Maledetta la malizia, che insinua il dubbio. Però, siccome in ogni mestiere, ognuno risponde al proprio datore di lavoro, questi nuovi parlamentari risponderanno alle necessità di un popolo che non l’ha votati, e al quale non deve nulla? O alla/e persona/e che hanno permesso loro l’ingresso nel tempio democratico? È il principio dell’accountability, un altro di quei paroloni fastidiosi utilizzati per sembrare informati, ma che in realtà descrive semplicemente il principio per cui, un delegato, ha la responsabilità di rispondere del proprio operato al delegante, ovvero a quello che una volta era l’elettorato, il popolo. Pure se pecorone.  

Si cambierà la Costituzione, in peggio. Come tra l’altro lasciano intendere i suoi sostenitori, quando dicono di essere consapevoli che non sia la migliore riforma, ma è già qualcosa. Sarebbe come andare al proprio matrimonio, dicendo al prete : “Sì, non è che sia proprio innamorato, ma intanto è qualcosa.” No.

Questa è la realtà dei fatti, oltre le questioni riguardanti l’illegittimità del governo, tenutosi a galla con i voti di Verdini, dei tentativi di Renzi di sembrare l’anti-sistema, cavalcando l’onda Trump e Brexit, che i circoli illuminati italiani continuano a non comprendere; del vergognoso salvataggio a spese dei risparmiatori di Banca Etruria e compagnia bella, delle bugie ripetute e della sana e genuina antipatia per quella faccia da culo, con quel fastidioso accento toscano ( per intenditori, Boris c’aveva visto lungo); oltre le teorie, le belle parole, gli spot dell’autostoppista, il mannequin challenge, i libri spediti a casa, il monopolio delle comparsate televisive e i monologhi sul futuro dei figli di tutta Italia, questo sarà il reale funzionamento della riforma, che cambierà la seconda parte della Costituzione, incidendo inevitabilmente anche sulla prima.

Senza troppe opinioni, giri di parole, e pippe mentali. Senza confondere, seppur ci sarebbe ancora molto da scrivere a riguardo, e scrivendo forse uno degli articoli più noiosi che reputo abbia mai scritto, ho provato a spiegare questo referendum. Un po’ per farlo capire meglio a chi non ha avuto la pazienza per farlo, un po’ per capirlo meglio anch’io ed aspettare il 5 Dicembre, quando toccherà, di nuovo, pensare a cosa fare per Capodanno.

Votate scontrosi.

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Je suis qui?

Era il 7 Gennaio del 2015. A colpi di Kalashnikov, degli individui con volto coperto ma documento d’identità appresso, risvegliavano con la morte i valori di libertà, che con l’indignazione mainstream tornavano a poter dire la loro, senza il rischio di doversi assumere quelle fastidiose conseguenze, che proprio al senso di libertà danno valore. Erano i giorni della satira per tutti, dell’offesa accettata, dell’insulto gratuito tollerato, del rispetto della mancanza di rispetto altrui, del siamo tutti liberi. Liberi di credere in ciò che vogliamo, di scrivere ciò che vogliamo, di dire ciò che vogliamo e di insultare chi e cosa vogliamo, di offenderci no. In quei giorni non ci si poteva offendere, era contro la libertà. Chi si offendeva era dannatamente retrogrado, era un ostacolo alla liberta d’espressione. Era la peste, il male assoluto, quell’essere bigotto… che dai, siamo nel 2016, ancora con ‘ste cose. Vuoi la tragedia, vuoi la brutale interruzione di dodici cammini, vuoi le lacrime, quelle vere, di fronte alle quali ogni discorso (socio-politico-economico-egocentrico-saccente-vanitoso) diventa fuori luogo; quel giorno molti di quelli che oggi parlano, tacquero, giustamente tacquero. Perché di fronte alle tragedie o si sa consolare, o si sa tacere.

Charlie Hebdo, è una rivista di satira (black humor, forse meglio) che prima dell’attentato non conoscevo. E che solo dopo averla conosciuta, ho capito perché non l’avessi  fatto prima. Un po’ come quelle persone in ufficio, all’università, a scuola, che vedi tutti i giorni ma con le quali non hai mai scambiato più di due parole, e che una volta fatto, capisci di non esserti perso un granché. Le copertine di Charlie Hebdo, sono forti, esagerate, provocatorie, a volte ignoranti e disgustose,  come quella sulla Trinità, con lo Spirito Santo raffigurato nell’ano del Figlio (ah, satira!), però hanno un qualcosa che le caratterizza e che, vista la miriade di sfaccettature che può avere la verità a seconda dei punti di vista dalla quale la si guarda, è degna anche di stima : la coerenza. Quelli di Charlie Hebdo, sono gli stessi che se non avessero dovuto piangere per la morte e la paura, probabilmente avrebbero ironizzato anche su quell’attentato. Sono gli stessi che avrebbero insultato i vari “je suis Charlie” con le loro foto profilo tricolore sfocate, dalle quali si intravedeva sullo sfondo uno spritz vista mare. Sono gli stessi per i quali si diceva che le matite non si spezzano, che bastava temperarle di nuovo. Gli stessi per cui ognuno è libero di dire ciò che vuole e io darei la mia vita affinché tu possa farlo. Gli stessi tollerati, difesi, idolatrati a martiri, in nome della libertà d’espressione.

E proprio qui sfugge il ragionamento, perché la libertà, per essere tale porta con sé una caratteristica, una peculiarità, tanto ovvia e banale, quanto imprescindibile: la libertà è libera. Se si difende la libertà, lo si fa in tutto o non lo si fa. Lo si fa quando è favorevole alle nostre idee, così quando è contraria. La libertà d’espressione, se si difende anche di fronte all’insulto -perché la moda del momento dice che sia giusto farlo- allora per coerenza va difesa e tollerata anche quando quell’insulto è rivolto a noi. Sennò si è medi, con medi pensieri e il medio è banderuola, presa dal vento.

Essere presi in giro, da l’idea di un qualcuno che si sposta in continuazione. Preso in giro: da qualche parte per strada, perché non ha mai preso una posizione. Deriso, proprio per questo. Chi prende posizione, viene criticato, giudicato, ma non può essere preso in giro, perché in giro non lo trovi, un posto in cui stare l’ha già scelto.

Per questo la prossima volta che sentiremo il bisogno di essere fortemente indignati, basterà fermarsi un attimo, anche solo una decina di minuti e chiedersi cosa realmente se ne pensa. Peraltro, seppur disgustosa come sempre, la vignetta di Charlie Hebdo fa satira (forse questa volta davvero) sul previsto solito magna-magna di italico orgoglio, al quale, ahinoi, siamo abituati. La ricostruzione dell’Aquila ne è un esempio. E basterebbe un occhio più attento e meno impulsivo, per capire che almeno una volta un messaggio veramente condivisibile è stato dato: non speculare su chi ha perso tutto. Perciò il senso d’indignazione profondo che provate a secondo dell’hashtag che va più in voga oggi, riversatelo nel domandarvi il perché, una scuola in cui erano stati spesi soldi pubblici per l’adeguamento alla resistenza sismica, crolla. Il perché gli appalti pubblici erano da anni vinti sempre dalle stesse due aziende. Il perché c’è sempre una storia che puzza, sempre un qualcosa che non è chiaro, sempre qualcosa che si sarebbe potuto evitare. Affinché non si debba più arrivare alla morte, per capire come si dovrebbe vivere.

 

Daje Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto!

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Pora Italia

Pora Italia, mia amata,
che sei stata data in sposa,
a chi t’ha solo sfruttata,
a chi t’ha sempre chiamata “cosa”.

Pora Italia che hai cenato,
ai tavoli delle grandi panze,
quelli che pe’ contorno hanno ordinato,
dei tuoi figli le speranze.

Che hai trovato pure er coraggio,
de lascia’ er marito violento.
Era’na sera de Maggio,
lui era giovane e se chiamava Cambiamento.

Ma Cambiamento se sapeva che era un po’ un puttaniere,
nun je importava avecce moglie,
piuttosto ‘na sedia pe’ er sedere.

Così t’ha lasciata tutta sola,
co’ chi prima te menava.
T’ha cambiato le lenzuola,
e t’ha detto “fa’ la brava”.

Che qui cambiano le facce,
e cambiano pure l’età.
Ma se so perse ormai le tracce,
de chi voleva davvero cambia’.

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Non chiamatelo Popolo Eletto

Il popolo eletto da secoli e secoli, nella mente di tutti è stato sempre il popolo d’Israele, così volle il Signore, così è scritto nella Bibbia. Ma proprio oggi, io, credente e praticante, mi voglio soffermare su quale significato quest’affermazione possa ancora avere. Abbiamo davanti agli occhi le immagini di ciò che sta accadendo in Palestina, c’è chi le vede, portando avanti nel suo piccolo la propria onorevole e meravigliosa battaglia, e chi le guarda, le osserva, sbuffando un po’ e lasciandole passare, perché tanto è una guerra che dura da sessant’ anni, anno in più, anno in meno, migliaia di morti innocenti in più, migliaia di vite innocenti in meno.
Le immagini che arrivano dall’altra parte del mondo, scuotono, disorientano, colpiscono. Si proprio così, colpiscono, come le bombe, e colpiscono anche, anzi soprattutto, chi non è abituato a vederle, chi è sempre stato più svelto degli altri a girarsi dall’altra parte, a lasciare andare, appunto. Ma quando qualcosa ti colpisce, il livido si vede anche se fai finta di non averlo, e allora devi decidere se aspettare che passi da solo, oppure cercare di capire come te lo sei fatto e perché in fondo ti faccia così male, mettendo in discussione, per necessità, anche le tue più profonde convinzioni, anche, addirittura, la parola Suprema.

E così mi chiedo come possa un popolo eletto dal Signore, compiere quelle atrocità, come si possa vivere una vita così meschina, prepotente ed infame. Come ci si possa distaccare così tanto dall’umanità ed esortare anche gli altri a farlo, additando come antisemita chi non lo fa’, con la pericolosa cattiveria di chi fu vittima, ed ora ha la pistola carica in mano e campo libero per giocare. Con quella infame e vile prepotenza di chi, consapevole del proprio potere, lo utilizza per sopprimere il prossimo ed annientarlo, giustificandosi nel movente della propria insicurezza.
No, non può essere il popolo eletto, quel popolo che ha crocifisso il figlio di colui che l’aveva nominato tale. Non può essere il popolo eletto, quel popolo, che vittima di un genocidio, ne compie un altro, e si scandalizza se qualcuno prova a farglielo notare.

Non c’è nulla di eletto nelle gambe mutilate di un bambino, nulla di santo nel derubare un altro popolo delle sue terre e delle sue origini, nulla di umano in un muro più crudele di quello di Berlino, non c’è nulla, nulla che appartenga a Dio nel mentire, nell’opprimere, nel lanciare un sasso ed indicare un altro come colpevole.

Non ci sono terroristi e se ci sono, non sono certamente palestinesi. Dare dei terroristi a coloro i quali si ribellano perchè è stata portata loro via la vita, che con sacrificio avevano costruito, ed incolparli per ciò che sta accadendo, equivale a biasimare una donna stuprata da dieci uomini per essere riuscita a dare uno schiaffo ad uno di loro.

E chi nei titoli di giornali usa la semantica, per dirottare un’ opinione e nascondere la verità, è complice, senza se e senza ma, di uno dei più crudeli genocidi della storia, pari alla shoah.

Io ci sono stato in quelle terre, ho visto i rabbini che passavano nel quartiere arabo di Gerusalemme, tenere lo sguardo basso, in segno di disprezzo, affinché i loro sguardi non venissero contaminati dagli sguardi di un’altra razza. Ho visto le case dei palestinesi e quelle degli israeliani, quelle senza acqua corrente e quelle con la fontana nel giardino. Ho visto il muro, i check-point, i controlli alla dogana, le baracche e i sorrisi di bambini che chiedono solo di poter tornare a vivere nella propria casa, senza dover piangere perché un raid aereo ha colpito la loro, già povera, cameretta.
Ho visto come si vive lì, e ho respirato l’aria ostile della saccenza, di chi si è sentito insignito di un titolo non suo, di chi visti i fatti, ha frainteso le parole di colui che hanno crocifisso, condannandosi da soli, ad una vita senza pace.

No, quello di Israele non è il popolo eletto. Il Signore stesso lo proclamò tale, non perché era un popolo grande, ma anzi, proprio perché era il più piccolo dei popoli, mostrando la sua Misericordia ed il suo Amore. Israele perciò non è mai stato e mai potrà essere il popolo Supremo, come potrebbe un popolo insignito di una così alta nomina ritrovarsi su un divano ad ammirare i bombardamenti, mangiando popcorn, come fossero in un qualsiasi cinema.
Sforzandomi di trovare un significato a quelle parole però, mi dispiace dover pensare che Israele sia in realtà la cartina tornasole del mondo, la cartina tornasole dell’umanità. Guardate Israele e ditemi se non vedete nelle sue azioni, tutta la malvagità e la meschinità che ritroviamo nella vita quotidiana dell’umanità. Un’umanità che ha smarrito ogni concezione di fratellanza, di amore incondizionato verso il prossimo e di rispetto verso i valori e i principi etici e morali, i più basilari, quelli che dovrebbero essere dati per scontati. Un’umanità persa, un’umanità che troppo impegnata nella ricerca della gloria personale, ha fatto dell’invidia e della vendetta le virtù più condivise, accrescendo il proprio egoismo, nella stupida convinzione che il più forte alla fine dei giochi, vince sempre, come se vincere fosse veramente l’unica cosa che conta.

Si, voglio pensare che il popolo eletto sia Israele, ma solo per metafora, solo per parabola, solo come riferimento per la sconfitta dell’umanità.Voglio pensare che Israele popolo eletto, sia solo un errore di interpretazione, solo un modo con cui il Signore ci ha detto, guardate Israele e fate esattamente il contrario.

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Già nati immigrati

No, non capite qual è la questione per questo non se risolve ‘sta brutta situazione. Pensate che sti sbarchi so’ solo volantini, da sventolare ‘n faccia a ‘sto popolo de burattini. Ve ce fate grandi usando i paroloni e girate poi le spalle quanno se ne vanno le televisioni.

Ma nun se può fa’ na politica questione, quanno sotto ai teli bianchi ce stanno le persone e nun potete pensa’ de risolve a chiacchiera’, chi mentre ‘nsegue ‘n sogno già sa che se può ammazza’. Ma vaglielo a spiega’ a ‘n padre disperato, che vo’ salva er figlio da ‘n conflitto armato, vaje a dì che nun può, che rischia de mori’, dimme poi quanti so’ quelli che restano a senti’.

La questione è complicata e ce puoi fa’ mille discussioni, ma a fa’ scaricabarile, nun li fermi quei barconi. Nun puoi pensa’ che ‘n omo, che fa tutto per amore, può tirasse ‘ndietro quanno je trema er core. So’ uomini che sperano e donne che sanno ridere, so’ sognatori che in fondo, sognano solo di vivere. Immigrazione: a Trapani migranti soccorsi a largo Lampedusa

Malelingue

So tutti boni a punta’ er dito e a spiegavve la questione,

so tutti svelti col miglior vestito, a piasse la ragione.

Tutti bravi a dì “ao aspetta”, nun se può così anda’ avanti,

tutti co’ sta grande fretta, de dimostra de esse dei santi.

 

Che poi è strano ciò che accade in certe situazioni,

dove so i meno informati che danno le lezioni.

 

Er politico corrotto, che invoca la legalità,

er giornalista ammaestrato, che chiede la verità.

Il pauroso che de botto, pia coraggio e spara a zero,

il saccente annoiato, che già sapeva tutto il vero.

 

Ma c’è ‘na cosa che ve sfugge e che dovreste ricorda’,

se punti er dito con superbia, le altre tre dita, già te stanno ad indica’.

 

Chi è senza peccato scagli la pietra

Libere consultazioni

Qualcuno una volta scrisse che il non saper reagire ad una sconfitta, è peggiore della sconfitta stessa. Probabilmente è così, o probabilmente, peggio ancora è mascherarla e non accettarla, con tutti gli insegnamenti che sempre porta, ed ostentare una vittoria con il sorriso forzato e lo sguardo impaurito,  di chi ha appena letto il conto del ristorante e sa di non avere i soldi per pagare.

Sono appena finite le consultazioni, se così vogliamo chiamarle, tra Renzi e Grillo. Pardon, PD e Movimento 5 Stelle. L’attesa e le telecamere danno il senso di quello che sta accadendo, mostrando in un orario insolito, un programma da prima serata, il reality show più seguito negli ultimi anni, quello della politica. Da quando si è deciso, erroneamente, che la politica non sarebbe più stata cosa di pochi, ma cosa di tutti, rendendola, drammaticamente, cosa di nessuno. Si spengono le luci e le attese, le previsioni, le strategie, lasciano spazio alla realtà, a quello che è, realmente accaduto, in quell’aula. Un Grillo urlante, un Renzi impaurito, preso alla sprovvista, come un bullo di quartiere qualsiasi, che si trova davanti il fratello maggiore dello sfigato, a cui, ogni giorno ruba la merenda. Un Renzi ingenuo, presuntuoso, impreparato. Un Renzi che credeva di reggere il confronto, raccontando una storiella, a chi sa la storia vera. Un Renzi, che se non stesse lì per formare un governo illegittimo, farebbe perfino un po’ pena. Dall’altra parte, il solito Grillo, quello che non ti fa parlare, il Grillo che ti attacca con l’aggressività tipica delle persone incazzate, delle persone stanche, ma anche con la sicurezza di chi le cose le sa e non ha paura a dirle. Un Grillo con una rabbia diversa, di chi non vuole più ascoltare, perché ha già sentito troppo. Un Grillo, però, con la rabbia pura di chi è libero dal pensiero di essere accettato, applaudito o capito. Cercare consensi è sintomo di mediocrità e forse questo Grillo lo sa bene.

Grillo avrebbe certamente potuto e dovuto, cercare un confronto più aperto. Era chiaro come non volesse trovarsi lì, costretto da quell’arma a doppio taglio, di cui ci si dimentica troppo spesso la pericolosità, chiamata rete. Lasciando parlare Renzi, però, avrebbe potuto smontarne pezzo per pezzo il programma, infliggendogli un knock-out non solo mediatico, ma anche politico. Non avrebbe, inoltre, lasciato spazio alle solite critiche che lo vogliono, autoritario, confusionario, arrogante e volgare. Ma cosa ancor più importante, non avrebbe dato a Renzi l’illusione di sentirsi vittima e gentiluomo, allo stesso tempo.

Sono stati fatti errori, anche banali, ma errori  sinceri.  Gli errori di chi non ha più interesse a parlare con chi, deludendo ogni speranza di rinnovo generazionale, sembra rappresentare la solita politica che, per fare due rapidi esempi, ha portato la disoccupazione giovanile al 40% e 50mila imprese al fallimento in soli 5 anni. Grillo, forse in un modo poco consono all’ipocrisia del contesto istituzionale, ha voluto costruire un muro tra lui e la falsità tipica di chi, probabilmente persuaso dal fascino del miglior Dorian Gray, è interessato solo a mantenere giovane e intatta l’apparenza, fregandosene dell’essere.

Ben vengano, allora, le urla, le esagerazioni e la libertà di decidere con chi parlare e con chi non farlo. Basta alla logica del buon viso a cattivo gioco. Basta. Basta anche con il finto moralismo e con le etichette da mantenere. Siamo in guerra e stiamo pensando al vestito da metterci. Siamo in guerra e continuiamo a far finta che i botti che sentiamo sempre più vicini, siano solo bambini che giocano con i petardi di capodanno.

Perché chi critica la forma, è colui che non ne capisce o ha paura di capirne i contenuti. E scandalizzarsi per un “vaffanculo”, mentre con le tagliole annientano le opposizioni, regalano soldi alle banche private e svendono il futuro dei nostri figli, insieme al passato dei nostri nonni, è un comportamento ipocrita, fazioso, triste, misero.

È come vivere una vita priva di valori e di ideali, dove si è sempre pronti a tradire un’amicizia, la parola data, la propria famiglia e poi offendersi, se qualcuno ce lo fa notare.

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Coerenzi

È il nuovo che avanza quello che oggi accadrà, è il nuovo che avanza con la vecchia vanità. È la dimostrazione che le belle parole se le porta via er vento, lasciando a chi le ha ascoltate er solito sgomento.

Se pensava che qualcosa fosse in realtà cambiato, un vento fresco, un qualcosa di insperato. Ma te svegli una mattina e riconosci l’ambizione, che passo dopo passo, ha preso il sopravvento su chi prima parlava de rottamazione.

La solita politica a cui siamo abituati, coi nemici nel governo e gli amici accoltellati. La politica che in 3 anni, c’ha tolto tutto in fretta, pure la possibilità de dì: “la prossima volta cambio scelta”. Tre governi in tre anni senza manco dì: “Scusate, si vabbè ‘n ve frega niente, ma ste persone chi l’ha votate?!” Tre governi in tre anni e c’è ancora chi parla di democrazia, quando neanche la più meschina Prima Repubblica se poteva inventà st’acrobazia.

Perché non ce stanno da fa’ troppe riflessioni e masturbazioni mentali, quando le motivazioni son fin troppo banali: un governo che nessuno ha votato, è come uno che decide la musica de ‘na festa, a cui manco è invitato, per questo non può esse ascoltato.

Ma le leggi, se sa, cambiano in fretta, e non so poi così rigide se c’è il padrone che aspetta.

E mo che i colpi di stato non se fanno più co’ la pistola, avemo scoperto che fa meno rumore, ma più feriti la tagliola. Perciò stamo tutti più sereni e spensierati, perchè mentre il declino nazionale prosegue e non si ferma, se prima pensavamo de nun contà niente, mo c’avemo la conferma.

 

 

Forchette e Forconi

È successo l’imprevisto, quello che ancora nun s’era visto, è successo che qualcuno s’è fermato e ha ragionato, qualcuno ha detto “adesso basta, questo non è più il mio Stato.”

S’è deciso così ‘n giorno, che era er 9 de Dicembre, de fa qualcosa de importante, de sveglià tutta la gente. S’è pensato pure “oh, è Dicembre e ce sta er sole, nun ce sta mejo giornata pè fa na rivoluzione.”

Er primo giorno che bellezza, mai vista sta fermezza, lo stivale ribolliva e la tensione s’avvertiva, tant’è che anche le guardie se levarono l’armatura e in giro se sentiva “ah rega stavolta dura.”

Poi la cosa continuò e se fece pure seria, tutta Italia presidiata, e il politico che trema. Ma proprio sul più bello, che se crea la confusione, er mandante è sempre lei, la disinformazione. So de destra, so fascisti e c’hanno pure i macchinoni, sono solo dei teppisti, so na massa de ‘mbriaconi.

Ma su questa cantilena che se sa, era aspettata, ecco er popolo se ferma, pronto pè la ritirata. Se risentono i pensieri detti in televisione, se sente pure “ce sta Renzi, damoje n’altra occasione”.

Ecco allora che è finita, la nostra de occasione, ecco allora il belare der popolo pecorone.

Non toccava sta a parlà de quale fosse la ragione, ce bastava er pretesto pe cambià la situazione. Perchè nun se cambiano le cose se ascolti tutti quanti, come nun se fa rivoluzione se pe il freddo tieni i guanti. Ma se sa, che l’italiano nun è tipo combattivo, si, se incazza, e quando vuole sa pure esse creativo, ma quando fiuta la possibilità de fa qualcosa destabilizzante, andà a fa la spesa grande è la cosa più importante. Per carità, è cosa esagerata parlà de rivoluzione, ma c’è onore in chi crede, pur passando da cojone.

E perciò nun v’affannate che tornerà tutto normale, torneremo dentro ai bar a gridà che se sta male, torneranno con i caschi a difendere i padroni, torneremo alla forchetta, rimpiangendo i forconi.

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Greetings from Varsavia

Ciò che a Varsavia è successo, nun è cosa de adesso e lo schifo che c’è stato nun può esse dimenticato. Ma ciò che me fa rode ancora de più de quello che ho sentito è ave visto la gente ancora pronta a punta er dito. Quel dito puntato su comando vocale, quel dito puntato sempre nel modo più facile e banale.

Perché prima de sti giorni in cui la verità è uscita, nun ho sentito dì a nessuno “ma davvero è così che è ita?!” I soliti scontri, i soliti incidenti, hanno fatto quasi bene ad arresta sti delinquenti.

Poi però la cosa cambia e se fa avanti n’altra storia, na cosa alquanto assurda, per chi corta ha la memoria. Ma nessuno che se alza e dice “ho fatto na cazzata, me scusassero signori se ho parlato senza sape come fosse andata”. La solita politica, la solita italietta, quella che pe paura de decide, preferisce ditte aspetta.

E aspettamo che ce frega, due giorni al gabbio che saranno, accertamose davvero che nun hanno fatto er danno. E se è sfuggita la situazione o è stata sottovalutata è perché si parli de tifosi, ogni ingiustizia è tollerata.

E allora dimenticamo che lì c’erano italiani, dimenticamo che chiunque passa ormai ce fa la prepotenza, dai marò a Varsavia, tricolore è la coerenza. Famo così, dimenticamo pure quello che è accaduto, ma nun scordamose chi è rimasto a guardà sul ciglio della fossa seduto.

Liberi Tutti, Liberi Subito.

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