Referendum Costituzionale

di gchiarucci

In questo periodo dell’anno, siamo soliti chiederci cosa fare a capodanno. Se spendere il doppio per una cosa che, dopo una settimana, pagheremo la metà; se starsene nella propria città, o magari rimediare una festa carina, non troppo lontana. Come i precedenti anni, quest’anno non so ancora cosa fare, ma questa volta ho una scusa più che valida: ho dovuto pensare a cosa farò al referendum. Giorni, settimane e mesi di dubbi esistenziali e monologhi televisivi, venti di cambiamento e promesse riproposte (come se una promessa riproposta non fosse già stata tradita), verità interpretate, bugie ostentate, discussioni, accuse, insulti e qualsiasi cosa venisse in mente, purché fosse un tentativo, l’estremo sforzo di guadagnare anche solo un consenso in più. Risultato: confusione. Per questo mi sono messo a tavolino, ho letto la riforma, ho letto i pareri contrari e favorevoli, senza ascoltarne le voci. Quelle no, quelle proprio non ce l’ho fatta. Le voci ingannano, confondono. Una frase pronunciata bene, affascina anche se è sbagliata. Meglio leggere. Sempre.

I principali obiettivi della riforma, secondo quanto difeso dai suoi sostenitori, sono: diminuire il numero dei parlamentari, accelerare l’iter legislativo, diminuire i costi della politica, introdurre una legge elettorale che garantisca la governabilità e risolvere le infinite contese Stato-Regioni. Per farlo si propone di ridurre il numero di senatori da 315 a 100, levando loro l’indennità, rendere di esclusiva competenza della Camera dei Deputati la maggior parte delle materie, anche quelle solitamente riservate alla Regioni e proporre una legge elettorale che, memore della sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale, eviti i principi di incostituzionalità e garantisca la governabilità del Paese.

Leggendo gli obiettivi, gagliardamente pronunciati, da splendide voci nate per incantare, senza preoccuparsi anche di informare, sarebbe da folli puntare i piedi, in difesa di una Costituzione, che non troppo tempo fa qualcuno diceva essere “la più bella del mondo”.

Eppure la magagna, se la cerchi, alla fine la trovi. Neanche cercando troppo, in fin dei conti. Perché conti alla mano, il Senato, nel 2016, spenderà per il proprio funzionamento circa 540 milioni, la riforma ne farà risparmiare 48 in totale, al netto delle tasse che non sarebbero più versate dai senatori. Per capirci, lo stesso costo di un f-35, appena il doppio del costo annuo dell’aereo presidenziale di Renzi. Sempre per capirci, sarebbe bastato un taglio del 10% sugli stipendi dei parlamentari per ottenere la stessa cifra. I senatori inoltre, non percepiranno indennità -in quanto già la percepiscono dalle mansioni di consigliere regionale o sindaco- ma un rimborso spese sì, che servirà a coprire spese di alloggio, vitto, trasporti, portaborse e qualsivoglia necessità relativa allo svolgimento del proprio doppio incarico. I senatori saranno nominati, non più eletti, tutti con l’immunità. Non avranno vincolo di mandato, il che significa che per quanto la si voglia fare passare come la Camera delle Regioni (stile Bundesrat tedesco), il senatore non è obbligato a tenere la posizione decisa in consiglio regionale: terrà quella che vuole, probabilmente quella del proprio partito.

L’iter legislativo non è vero che si velocizza.

Ben 22 materie dovranno obbligatoriamente essere discusse dal Senato; le restanti invece, possono essere ugualmente discusse dal Senato, con la richiesta di appena 1/3 dei senatori. Sarà la Camera dei Deputati poi a decidere se ignorare le modifiche (se riguardano leggi di bilancio o leggi di esclusiva regionale, dovrà farlo con maggioranza assoluta) o accettarle. Inoltre, da quelli che erano 2 iter legislativi, se ne passa ad un numero imprecisato che varia dai 7 ai 10. Non si faranno leggi più veloci, ma leggi meno controllate. Anche perché il problema dell’Italia non è, come si vuol far credere, la lentezza dell’iter legislativo : l’Ufficio studi del Senato ha calcolato che occorrono in media 53 giorni per una legge ordinaria; 46 per un decreto e 88 giorni per una legge finanziaria. Il lodo Alfano nel 2008 passò in 25 giorni, quello Schifani nel 2003 passò in 69 giorni, il Salva-Italia di Monti e Fornero addirittura in 16 giorni, mentre, sembra assurdo, la Legge Li Gotti sulla corruzione passò in 1456 giorni; quella Centaro sull’usura ed estorsione, in 1357 giorni. Davvero il problema è l’iter legislativo?

Riguardo al rapporto Stato-Regioni, ci sarà un accentramento totale del potere nelle mani del Governo. Infatti, terminerà la legislazione concorrente, e seppur le regioni manterranno l’esclusività su diverse materie, il Governo, con la “clausola di supremazia statale”, si avvale il diritto di decidere su queste materie, che dovrebbero essere di esclusiva competenza regionale. In questo modo si allontanerà, ancor di più, il centro decisionale dal territorio. Sempre più decisioni verrano prese lontane, da dove le relative conseguenze accadranno. Si toglierà potere alla province, che non verranno abolite, ma solo private del riconoscimento costituzionale. Senza soffermarsi sul fatto che, a mio modo di vedere, le Province dovrebbero essere il vero punto di raccordo tra enti territoriali e Stato, in quanto più vicine al territorio delle Regioni e precedenti storicamente, la riforma creerà ancora più contenziosi, in quanto le Regioni non potranno far fronte autonomamente e rapidamente a quei problemi che, lo Stato, troppo lontano e indaffarato, non sarà in grado neanche di comprendere. Come se un tuo amico dopo aver bevuto troppo, ti chiedi di aiutarlo, e tu, per dargli una mano, prendi la macchina e te ne vai. Ma che davvero?!

Per terminare occorre parlare della nuova legge elettorale: l’Italicum.

La storia nasce dalla sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale, che sanciva l’incostituzionalità della legge elettorale Calderoli (Porcellum), per due punti: le liste bloccate, con cui si negava al cittadino il diritto di scegliere i propri rappresentati e il premio di maggioranza, che non fissava una soglia minima per ottenerlo.  Bene! Con l’Italicum, la soglia di sbarramento per il premio di maggioranza è del 40%, ciò significa che se una lista ottiene il 40% si prende il premio, altrimenti si andrà al ballottaggio, dove questo sbarramento decade. In questo periodo storico, nessun partito può ottenere il 40% al primo turno, perciò ci sarà un ballottaggio, dove chi vince, anche solo prendendo un voto in più dell’avversario, otterrà uno spropositato numero di seggi, senza la soglia minima di voti richiesta dalla sentenza della Corte Costituzionale. Non c’è proporzionalità tra voti effettivi e seggi assegnati. Non è questione di governabilità, ma di rappresentanza, soprattutto per un altro motivo: l’Italia verrà diviso in 100 collegi, ognuno dei quali nominerà tra i 3 e i 9 deputati. Tutto ciò avviene con delle liste, sulle quali è possibile dare due preferenze (se di genere diverso). Questo basterebbe ad eliminare la fastidiosa questione dell’incostituzionalità. La realtà dei fatti, però, come spesso accade, è un’altra. Nessuna di queste preferenze verrà eletta, se non quella del partito vincitore, che, vincendo, avrà a disposizione più seggi all’interno di un collegio e quindi potrà assegnarli ai candidati con più preferenze. Gli altri partiti otterranno solo un seggio, che è già stato affidato al capolista bloccato, scelto unicamente dal partito, il quale, per essere proprio sicuro di ottenere la poltrona da deputato, può essere candidato in 10 diversi collegi contemporaneamente. I senatori Pd Federico Fornaro e Carlo Pegorer, hanno calcolato quanti capilista, nominati dai soli vertici dei partiti, andranno alla Camera all’insaputa di un elettore che crede di aver votato con una preferenza: il 60,8%, cioè 375 su 630. Ai quali si aggiungeranno i 100 senatori nominati dai consigli regionali. Tirando le somme avremo 474 parlamentari nominati e solo 242 deputati eletti. Raggirando quindi, per la seconda volta, la sentenza della Corte Costituzionale. A chi risponderanno questi parlamentari? Maledetta la malizia, che insinua il dubbio. Però, siccome in ogni mestiere, ognuno risponde al proprio datore di lavoro, questi nuovi parlamentari risponderanno alle necessità di un popolo che non l’ha votati, e al quale non deve nulla? O alla/e persona/e che hanno permesso loro l’ingresso nel tempio democratico? È il principio dell’accountability, un altro di quei paroloni fastidiosi utilizzati per sembrare informati, ma che in realtà descrive semplicemente il principio per cui, un delegato, ha la responsabilità di rispondere del proprio operato al delegante, ovvero a quello che una volta era l’elettorato, il popolo. Pure se pecorone.  

Si cambierà la Costituzione, in peggio. Come tra l’altro lasciano intendere i suoi sostenitori, quando dicono di essere consapevoli che non sia la migliore riforma, ma è già qualcosa. Sarebbe come andare al proprio matrimonio, dicendo al prete : “Sì, non è che sia proprio innamorato, ma intanto è qualcosa.” No.

Questa è la realtà dei fatti, oltre le questioni riguardanti l’illegittimità del governo, tenutosi a galla con i voti di Verdini, dei tentativi di Renzi di sembrare l’anti-sistema, cavalcando l’onda Trump e Brexit, che i circoli illuminati italiani continuano a non comprendere; del vergognoso salvataggio a spese dei risparmiatori di Banca Etruria e compagnia bella, delle bugie ripetute e della sana e genuina antipatia per quella faccia da culo, con quel fastidioso accento toscano ( per intenditori, Boris c’aveva visto lungo); oltre le teorie, le belle parole, gli spot dell’autostoppista, il mannequin challenge, i libri spediti a casa, il monopolio delle comparsate televisive e i monologhi sul futuro dei figli di tutta Italia, questo sarà il reale funzionamento della riforma, che cambierà la seconda parte della Costituzione, incidendo inevitabilmente anche sulla prima.

Senza troppe opinioni, giri di parole, e pippe mentali. Senza confondere, seppur ci sarebbe ancora molto da scrivere a riguardo, e scrivendo forse uno degli articoli più noiosi che reputo abbia mai scritto, ho provato a spiegare questo referendum. Un po’ per farlo capire meglio a chi non ha avuto la pazienza per farlo, un po’ per capirlo meglio anch’io ed aspettare il 5 Dicembre, quando toccherà, di nuovo, pensare a cosa fare per Capodanno.

Votate scontrosi.

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