Mapperò

NON SI DICE

Lo sforzo della vita

È importante che io torni a credere al rumore del mare,

che da solo abbia la forza di salvare,

me e te che non ci parliamo più

che limitiamo lo sguardo al colore dei tuoi occhi blu.

C’è bisogno che sia io a ridarti le parole,

perché in me son custodite

insieme al respiro migliore,

che facemmo privi di quell’assurda volontà,

di sentirsi liberi, ma dipendenti dalla libertà.

È importante che lo faccia e che anche tu capisca,

perché quando non ce la farò,

sia tu quello che resista.

Perché un senso dovrà starci,

nello sforzo della vita,

che non sia solo goderne,

prima che vada restituita.

Genova- estate alle porte

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Politica Potëmkin

Siamo alle solite. Passa il tempo, cambia la gente -canta un noto coro in Curva Sud- ma le storie son sempre quelle. È iniziata la campagna elettorale, proprio lì dove era finita. Più che iniziata, si può dire, è ripresa. Sì, perché un qualcosa che inizia, presenta in qualche modo dei tratti quantomeno diversi, se non proprio innovativi, nuovi, mai sperimentati. E invece.

E invece, nel contesto di un’Italia talmente in confusione, da arrivare a convincersi che forse quella confusione è proprio la sua forma naturale, quella esatta, quella propria dell’italica Repubblica, siamo costretti allo stesso, estenuante, patetico teatrino. Una sorta di Corazzata Potëmkin, ne Il secondo tragico Fantozzi, del compianto Paolo Villaggio, dove il direttore, preso dall’ossessiva volontà di trasmettere il proprio gusto, costringeva, senza accorgersi della loro totale indifferenza, i poveri impiegati alla visione di quello che sarà anche un capolavoro, ma che francamente ha rotto i coglioni. Ora, se al direttore sostituiamo il politico, agli impiegati i cittadini e al film i programmi televisivi, otteniamo la fotografia esatta dell’ennesimo teatrino da campagna elettorale.

È il teatrino del dito puntato, della colpa agli altri, dell’importante è aver ragione. Il teatrino della mia idea migliore della tua, della superba sfrontatezza con cui ci si da per vincitori, attuando un giochetto psicologico in grado di convincere, ingannando, quella zona di indecisi, e che dimostra sin da subito la natura dell’intenzione. È il teatrino che stanca, quello che più di tutto fa pensare al cittadino, ormai mero spettatore, che non cambierà nulla, perché, di nuovo, già nulla è cambiato. Se le tematiche son le stesse, le facce pure, che cambino almeno gli atteggiamenti, perché in fondo, che guerra stiamo facendo? Qual è lo scopo? Chi più, chi meno, siamo tutti colpevoli. Chi più, chi meno, in questa guerra civile senza nemici, tutti abbiamo sparato il nostro colpo. Ci siamo distratti dallo scopo principale della politica, cioè di amministrare la cosa pubblica, sostituendo, questo semplice principio, con l’ideale per cui la cosa pubblica va certo amministrata, ma come diciamo noi. Costringendoci inesorabilmente a delle lotte interne, che fecero crollare l’Impero Romano, figurarsi una Repubblica con Razzi senatore.

La voce nuova, invece, non è una riforma, non è un nuovo sistema di tassazione fiscale, non è una nuova strategia europea. La voce nuova, quella che manca, è la comunione di intenti. È il fregarsene della paternità di un’idea, se quell’idea funziona per il bene comune. È pensare al “rivale” politico, non come un nemico, ma come primo filtro per capire se la nostra proposta valga la pena di essere considerata. Non abbiamo bisogno di programmi elettorali, slogan, idee illuminanti. Non ci crediamo più. Abbiamo imparato a capirlo nelle assenze degli amici scappati all’estero, che quelle sono chiacchiere da bar. Quello che serve è avere una direzione, che non sia contraria all’altro, ma a favore. È ridicolo pensare che si possa sistemare un paese da soli, senza prendere in considerazione il fatto più direttamente visibile: che la nostra giornata è fatta di altri. Altre persone, altra gente, altre esperienze, altre priorità. Nello stupido e superbo sentimento di credersi esaustivi, falliscono tutti i programmi elettorali e con loro, chi li rappresenta. Il sistema democratico si mantiene in vita non sull’idea totalmente sbagliata che la maggioranza ha sempre ragione, – lo scrittore Heinlein a riguardo diceva: “la democrazia si basa sull’idea che un milione di uomini sia più saggio di un uomo solo. Deve essermi sfuggito qualcosa”- ma sulla consapevolezza dell’altro, sulla responsabilità che le nostre azioni abbiano delle conseguenze sull’altro, e che la nostra libertà finisce dove inizia quella dell’altro.

Siamo condannati, forse per il bene, a fare le cose insieme perché qualcosa avvenga. Va capito nella vita di tutti i giorni, nei nostri progressi personali, negli obiettivi che preghiamo di raggiungere. Va capito nella politica, che senza l’aiuto dell’altro non ce la faremo. O si raggiunge questa consapevolezza o tutto resterà sempre così come ora è: un mercato nel quale tutti urlano convinti di avere la carne migliore, dove l’unico scopo è di venderla, non di dar da mangiare a chi ha fame.

 

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Ubriacati di virtù

Ce vole tanto pe’ ubriacasse de virtù,

più de quanto ce ne voglia col vino.

Pe’ ubriacasse de virtù,

er bar n’è mai vicino.

 

Pe’ ubriacasse de virtù ce vuole fede e speranza,

un po’ come pe’ ubriacasse de vino,

ce vonno li sordi e puro la panza.

 

Ma la sbornia che te sale,

n’è de certo la stessa cosa,

t’accorgi che l’anima tua vale,

e che je va d’esse ambiziosa.

 

Che c’avrà puro mancanze e ‘n se sa quanti difetti,

ma chi l’ha detto che pe’ esse’ giusti,

tocca esse’ anche perfetti.

 

Mentre er vino è ‘n amicone,

che nun è poi ‘n vero amico.

Perché in fondo chi è amico de tutti,

lo fa solo pe’ esse fico.

 

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L’amico gentile

C’era ‘na volta ‘n amico fidato,

gentile, cordiale,

e sempre educato.

 

C’aveva un amico un po’ incasinato,

cercava ‘na svolta,

ma stava bello impicciato.

 

Je disse l’amico, quello cordiale:

“qua sentite a casa, puoi bere e mangiare.

E se te dovesse servi’ un aiuto,

tu chiamame subito che pe’ ste cose c’ho er fiuto.”

 

Così l’amico un po’ trasandato,

cercando cercando,

qualcosa ha trovato.

 

Richiama l’amico -quello gentile-

je dice: “quarcosa ho trovato,

ma stammi a sentire.

 

Me servirebbero un paro de piotte,

così pe’ inizia, sennò è tutto a monte.”

 

Je risponde l’amico, quello della mano,

“nun te preoccupa’,

che qualcos’altro trovamo.”

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Vivere all’istante

Dovremmo vivere all’istante,

con l’istinto degli animali,

perché de bestie ce ne son tante,

ma sempre meno persone leali.

 

Dovremmo vivere all’istante,

come un amore appena nato.

Perché un vivere costante,

e’ gia un vivere sbagliato.

 

Dovremmo vivere all’istante,

senza pensare alle conseguenze.

Come un pescatore amante,

che getta in mare tutte le lenze.

 

Dovremmo vivere ricordando che tutto può  accadere,

e che anche sulla montagna più alta,

il mare si può ancora vedere.

 

Dovremmo vivere sapendo che tutto può durare,

ma non avendone la certezza,

dovremmo vivere fregandocene, di come potrà andare.

 

vivere all'istante

Quasi trent’anni

Il 27 Maggio è uscito il mio primo romanzo, Quasi trent’anni, edito da Scatole Parlanti. Potete trovarlo in tutte le librerie d’Italia, ordinandolo tramite Direct book. Online lo trovate ai seguenti link:

Amazon:https://www.amazon.it/Quasi-trentanni-Giancarlo-Chiarucci/dp/8832810255

Casa editrice: http://www.scatoleparlanti.it/prodotto/quasi-trentanni/

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Gregorio è un ragazzo che oscilla tra la spensieratezza della gioventù e il consapevole realismo di dover affrontare un cambiamento interiore. Il processo di maturazione è stravolto dalla prima grande storia d’amore, quella capace di mettere in discussione l’essenza del protagonista e riempirgli la vita.

L’incomparabile bellezza degli scorci di Roma e l’incanto del mare, come fuga dalla realtà, diventano gli scenari della sua evoluzione, tesa tra un polo che lo avvicina alla felicità e un altro che lo spinge verso incertezze e i soliti, vecchi errori.

Un mosaico tenuto insieme dalle amicizie storiche, dove la mancanza di alcuni tasselli viene colmata dall’esperienza di sagaci ristoratori, burberi proprietari di birrerie e instancabili viaggiatori dell’introspezione. Pronti a guidare una generazione che, lasciata preda dei propri vizi, con coraggio affronta le insicurezze, supera i limiti e trova la propria strada.

Roma – Genoa

Finirà così, con lo stadio emozionato,

col cuore non pronto,

pe’ salutatte e ripia fiato.

 

Finirà co ‘n applauso,

che farà er giro der monno,

tu saluterai dal campo,

noi increduli, se guarderemo attorno.

 

Saluteremo in quell’istante,

la nostra gioventù,

me convincerò de famme grande,

mo che tu non giochi più.

 

Sarà impossibile da spiega’,

a chi nun t’ha mai avuto.

A chi oggi ce guarda,

e può solo resta’ muto.

 

Sarà come deve esse,

sarà come chi non sbaglia,

noi a di’ Grazie Capitano,

gli altri a chiedete la maglia.

 

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C’è in più

C’è qualcosa di più de ‘na rivoluzione?

il primo sasso lanciato con passione.

Qualcosa de più pure de ‘na bella canzone?

il coraggio de racconta’ l’emozione.

 

C’è qualcosa de più alto del successo?

la speranza che c’hai messo.

Qualcosa de più alto de resta’ te stesso?

la paura con cui l’hai promesso.

 

C’è pure qualcosa  più grande della vita?

Trovarsi in ginocchio, e di’ che non è finita.

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Referendum Costituzionale

In questo periodo dell’anno, siamo soliti chiederci cosa fare a capodanno. Se spendere il doppio per una cosa che, dopo una settimana, pagheremo la metà; se starsene nella propria città, o magari rimediare una festa carina, non troppo lontana. Come i precedenti anni, quest’anno non so ancora cosa fare, ma questa volta ho una scusa più che valida: ho dovuto pensare a cosa farò al referendum. Giorni, settimane e mesi di dubbi esistenziali e monologhi televisivi, venti di cambiamento e promesse riproposte (come se una promessa riproposta non fosse già stata tradita), verità interpretate, bugie ostentate, discussioni, accuse, insulti e qualsiasi cosa venisse in mente, purché fosse un tentativo, l’estremo sforzo di guadagnare anche solo un consenso in più. Risultato: confusione. Per questo mi sono messo a tavolino, ho letto la riforma, ho letto i pareri contrari e favorevoli, senza ascoltarne le voci. Quelle no, quelle proprio non ce l’ho fatta. Le voci ingannano, confondono. Una frase pronunciata bene, affascina anche se è sbagliata. Meglio leggere. Sempre.

I principali obiettivi della riforma, secondo quanto difeso dai suoi sostenitori, sono: diminuire il numero dei parlamentari, accelerare l’iter legislativo, diminuire i costi della politica, introdurre una legge elettorale che garantisca la governabilità e risolvere le infinite contese Stato-Regioni. Per farlo si propone di ridurre il numero di senatori da 315 a 100, levando loro l’indennità, rendere di esclusiva competenza della Camera dei Deputati la maggior parte delle materie, anche quelle solitamente riservate alla Regioni e proporre una legge elettorale che, memore della sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale, eviti i principi di incostituzionalità e garantisca la governabilità del Paese.

Leggendo gli obiettivi, gagliardamente pronunciati, da splendide voci nate per incantare, senza preoccuparsi anche di informare, sarebbe da folli puntare i piedi, in difesa di una Costituzione, che non troppo tempo fa qualcuno diceva essere “la più bella del mondo”.

Eppure la magagna, se la cerchi, alla fine la trovi. Neanche cercando troppo, in fin dei conti. Perché conti alla mano, il Senato, nel 2016, spenderà per il proprio funzionamento circa 540 milioni, la riforma ne farà risparmiare 48 in totale, al netto delle tasse che non sarebbero più versate dai senatori. Per capirci, lo stesso costo di un f-35, appena il doppio del costo annuo dell’aereo presidenziale di Renzi. Sempre per capirci, sarebbe bastato un taglio del 10% sugli stipendi dei parlamentari per ottenere la stessa cifra. I senatori inoltre, non percepiranno indennità -in quanto già la percepiscono dalle mansioni di consigliere regionale o sindaco- ma un rimborso spese sì, che servirà a coprire spese di alloggio, vitto, trasporti, portaborse e qualsivoglia necessità relativa allo svolgimento del proprio doppio incarico. I senatori saranno nominati, non più eletti, tutti con l’immunità. Non avranno vincolo di mandato, il che significa che per quanto la si voglia fare passare come la Camera delle Regioni (stile Bundesrat tedesco), il senatore non è obbligato a tenere la posizione decisa in consiglio regionale: terrà quella che vuole, probabilmente quella del proprio partito.

L’iter legislativo non è vero che si velocizza.

Ben 22 materie dovranno obbligatoriamente essere discusse dal Senato; le restanti invece, possono essere ugualmente discusse dal Senato, con la richiesta di appena 1/3 dei senatori. Sarà la Camera dei Deputati poi a decidere se ignorare le modifiche (se riguardano leggi di bilancio o leggi di esclusiva regionale, dovrà farlo con maggioranza assoluta) o accettarle. Inoltre, da quelli che erano 2 iter legislativi, se ne passa ad un numero imprecisato che varia dai 7 ai 10. Non si faranno leggi più veloci, ma leggi meno controllate. Anche perché il problema dell’Italia non è, come si vuol far credere, la lentezza dell’iter legislativo : l’Ufficio studi del Senato ha calcolato che occorrono in media 53 giorni per una legge ordinaria; 46 per un decreto e 88 giorni per una legge finanziaria. Il lodo Alfano nel 2008 passò in 25 giorni, quello Schifani nel 2003 passò in 69 giorni, il Salva-Italia di Monti e Fornero addirittura in 16 giorni, mentre, sembra assurdo, la Legge Li Gotti sulla corruzione passò in 1456 giorni; quella Centaro sull’usura ed estorsione, in 1357 giorni. Davvero il problema è l’iter legislativo?

Riguardo al rapporto Stato-Regioni, ci sarà un accentramento totale del potere nelle mani del Governo. Infatti, terminerà la legislazione concorrente, e seppur le regioni manterranno l’esclusività su diverse materie, il Governo, con la “clausola di supremazia statale”, si avvale il diritto di decidere su queste materie, che dovrebbero essere di esclusiva competenza regionale. In questo modo si allontanerà, ancor di più, il centro decisionale dal territorio. Sempre più decisioni verrano prese lontane, da dove le relative conseguenze accadranno. Si toglierà potere alla province, che non verranno abolite, ma solo private del riconoscimento costituzionale. Senza soffermarsi sul fatto che, a mio modo di vedere, le Province dovrebbero essere il vero punto di raccordo tra enti territoriali e Stato, in quanto più vicine al territorio delle Regioni e precedenti storicamente, la riforma creerà ancora più contenziosi, in quanto le Regioni non potranno far fronte autonomamente e rapidamente a quei problemi che, lo Stato, troppo lontano e indaffarato, non sarà in grado neanche di comprendere. Come se un tuo amico dopo aver bevuto troppo, ti chiedi di aiutarlo, e tu, per dargli una mano, prendi la macchina e te ne vai. Ma che davvero?!

Per terminare occorre parlare della nuova legge elettorale: l’Italicum.

La storia nasce dalla sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale, che sanciva l’incostituzionalità della legge elettorale Calderoli (Porcellum), per due punti: le liste bloccate, con cui si negava al cittadino il diritto di scegliere i propri rappresentati e il premio di maggioranza, che non fissava una soglia minima per ottenerlo.  Bene! Con l’Italicum, la soglia di sbarramento per il premio di maggioranza è del 40%, ciò significa che se una lista ottiene il 40% si prende il premio, altrimenti si andrà al ballottaggio, dove questo sbarramento decade. In questo periodo storico, nessun partito può ottenere il 40% al primo turno, perciò ci sarà un ballottaggio, dove chi vince, anche solo prendendo un voto in più dell’avversario, otterrà uno spropositato numero di seggi, senza la soglia minima di voti richiesta dalla sentenza della Corte Costituzionale. Non c’è proporzionalità tra voti effettivi e seggi assegnati. Non è questione di governabilità, ma di rappresentanza, soprattutto per un altro motivo: l’Italia verrà diviso in 100 collegi, ognuno dei quali nominerà tra i 3 e i 9 deputati. Tutto ciò avviene con delle liste, sulle quali è possibile dare due preferenze (se di genere diverso). Questo basterebbe ad eliminare la fastidiosa questione dell’incostituzionalità. La realtà dei fatti, però, come spesso accade, è un’altra. Nessuna di queste preferenze verrà eletta, se non quella del partito vincitore, che, vincendo, avrà a disposizione più seggi all’interno di un collegio e quindi potrà assegnarli ai candidati con più preferenze. Gli altri partiti otterranno solo un seggio, che è già stato affidato al capolista bloccato, scelto unicamente dal partito, il quale, per essere proprio sicuro di ottenere la poltrona da deputato, può essere candidato in 10 diversi collegi contemporaneamente. I senatori Pd Federico Fornaro e Carlo Pegorer, hanno calcolato quanti capilista, nominati dai soli vertici dei partiti, andranno alla Camera all’insaputa di un elettore che crede di aver votato con una preferenza: il 60,8%, cioè 375 su 630. Ai quali si aggiungeranno i 100 senatori nominati dai consigli regionali. Tirando le somme avremo 474 parlamentari nominati e solo 242 deputati eletti. Raggirando quindi, per la seconda volta, la sentenza della Corte Costituzionale. A chi risponderanno questi parlamentari? Maledetta la malizia, che insinua il dubbio. Però, siccome in ogni mestiere, ognuno risponde al proprio datore di lavoro, questi nuovi parlamentari risponderanno alle necessità di un popolo che non l’ha votati, e al quale non deve nulla? O alla/e persona/e che hanno permesso loro l’ingresso nel tempio democratico? È il principio dell’accountability, un altro di quei paroloni fastidiosi utilizzati per sembrare informati, ma che in realtà descrive semplicemente il principio per cui, un delegato, ha la responsabilità di rispondere del proprio operato al delegante, ovvero a quello che una volta era l’elettorato, il popolo. Pure se pecorone.  

Si cambierà la Costituzione, in peggio. Come tra l’altro lasciano intendere i suoi sostenitori, quando dicono di essere consapevoli che non sia la migliore riforma, ma è già qualcosa. Sarebbe come andare al proprio matrimonio, dicendo al prete : “Sì, non è che sia proprio innamorato, ma intanto è qualcosa.” No.

Questa è la realtà dei fatti, oltre le questioni riguardanti l’illegittimità del governo, tenutosi a galla con i voti di Verdini, dei tentativi di Renzi di sembrare l’anti-sistema, cavalcando l’onda Trump e Brexit, che i circoli illuminati italiani continuano a non comprendere; del vergognoso salvataggio a spese dei risparmiatori di Banca Etruria e compagnia bella, delle bugie ripetute e della sana e genuina antipatia per quella faccia da culo, con quel fastidioso accento toscano ( per intenditori, Boris c’aveva visto lungo); oltre le teorie, le belle parole, gli spot dell’autostoppista, il mannequin challenge, i libri spediti a casa, il monopolio delle comparsate televisive e i monologhi sul futuro dei figli di tutta Italia, questo sarà il reale funzionamento della riforma, che cambierà la seconda parte della Costituzione, incidendo inevitabilmente anche sulla prima.

Senza troppe opinioni, giri di parole, e pippe mentali. Senza confondere, seppur ci sarebbe ancora molto da scrivere a riguardo, e scrivendo forse uno degli articoli più noiosi che reputo abbia mai scritto, ho provato a spiegare questo referendum. Un po’ per farlo capire meglio a chi non ha avuto la pazienza per farlo, un po’ per capirlo meglio anch’io ed aspettare il 5 Dicembre, quando toccherà, di nuovo, pensare a cosa fare per Capodanno.

Votate scontrosi.

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Se non fosse scontato

Se non fosse scontato,

che quello davanti a te è il mare.

Se non fosse già dato,

un consiglio per aiutare.

 

Se non fosse scontato,

quello che oggi abbiamo.

Se non avessimo dimenticato,

ciò che fino a ieri speravamo.

 

Se non fosse scontato,

dell’Estate il ritorno,

ogni sera diremmo,

oggi è stato un bel giorno.

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