Mapperò

NON SI DICE

Mese: gennaio, 2018

Lo sforzo della vita

È importante che io torni a credere al rumore del mare,

che da solo abbia la forza di salvare,

me e te che non ci parliamo più

che limitiamo lo sguardo al colore dei tuoi occhi blu.

C’è bisogno che sia io a ridarti le parole,

perché in me son custodite

insieme al respiro migliore,

che facemmo privi di quell’assurda volontà,

di sentirsi liberi, ma dipendenti dalla libertà.

È importante che lo faccia e che anche tu capisca,

perché quando non ce la farò,

sia tu quello che resista.

Perché un senso dovrà starci,

nello sforzo della vita,

che non sia solo goderne,

prima che vada restituita.

Genova- estate alle porte

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Politica Potëmkin

Siamo alle solite. Passa il tempo, cambia la gente -canta un noto coro in Curva Sud- ma le storie son sempre quelle. È iniziata la campagna elettorale, proprio lì dove era finita. Più che iniziata, si può dire, è ripresa. Sì, perché un qualcosa che inizia, presenta in qualche modo dei tratti quantomeno diversi, se non proprio innovativi, nuovi, mai sperimentati. E invece.

E invece, nel contesto di un’Italia talmente in confusione, da arrivare a convincersi che forse quella confusione è proprio la sua forma naturale, quella esatta, quella propria dell’italica Repubblica, siamo costretti allo stesso, estenuante, patetico teatrino. Una sorta di Corazzata Potëmkin, ne Il secondo tragico Fantozzi, del compianto Paolo Villaggio, dove il direttore, preso dall’ossessiva volontà di trasmettere il proprio gusto, costringeva, senza accorgersi della loro totale indifferenza, i poveri impiegati alla visione di quello che sarà anche un capolavoro, ma che francamente ha rotto i coglioni. Ora, se al direttore sostituiamo il politico, agli impiegati i cittadini e al film i programmi televisivi, otteniamo la fotografia esatta dell’ennesimo teatrino da campagna elettorale.

È il teatrino del dito puntato, della colpa agli altri, dell’importante è aver ragione. Il teatrino della mia idea migliore della tua, della superba sfrontatezza con cui ci si da per vincitori, attuando un giochetto psicologico in grado di convincere, ingannando, quella zona di indecisi, e che dimostra sin da subito la natura dell’intenzione. È il teatrino che stanca, quello che più di tutto fa pensare al cittadino, ormai mero spettatore, che non cambierà nulla, perché, di nuovo, già nulla è cambiato. Se le tematiche son le stesse, le facce pure, che cambino almeno gli atteggiamenti, perché in fondo, che guerra stiamo facendo? Qual è lo scopo? Chi più, chi meno, siamo tutti colpevoli. Chi più, chi meno, in questa guerra civile senza nemici, tutti abbiamo sparato il nostro colpo. Ci siamo distratti dallo scopo principale della politica, cioè di amministrare la cosa pubblica, sostituendo, questo semplice principio, con l’ideale per cui la cosa pubblica va certo amministrata, ma come diciamo noi. Costringendoci inesorabilmente a delle lotte interne, che fecero crollare l’Impero Romano, figurarsi una Repubblica con Razzi senatore.

La voce nuova, invece, non è una riforma, non è un nuovo sistema di tassazione fiscale, non è una nuova strategia europea. La voce nuova, quella che manca, è la comunione di intenti. È il fregarsene della paternità di un’idea, se quell’idea funziona per il bene comune. È pensare al “rivale” politico, non come un nemico, ma come primo filtro per capire se la nostra proposta valga la pena di essere considerata. Non abbiamo bisogno di programmi elettorali, slogan, idee illuminanti. Non ci crediamo più. Abbiamo imparato a capirlo nelle assenze degli amici scappati all’estero, che quelle sono chiacchiere da bar. Quello che serve è avere una direzione, che non sia contraria all’altro, ma a favore. È ridicolo pensare che si possa sistemare un paese da soli, senza prendere in considerazione il fatto più direttamente visibile: che la nostra giornata è fatta di altri. Altre persone, altra gente, altre esperienze, altre priorità. Nello stupido e superbo sentimento di credersi esaustivi, falliscono tutti i programmi elettorali e con loro, chi li rappresenta. Il sistema democratico si mantiene in vita non sull’idea totalmente sbagliata che la maggioranza ha sempre ragione, – lo scrittore Heinlein a riguardo diceva: “la democrazia si basa sull’idea che un milione di uomini sia più saggio di un uomo solo. Deve essermi sfuggito qualcosa”- ma sulla consapevolezza dell’altro, sulla responsabilità che le nostre azioni abbiano delle conseguenze sull’altro, e che la nostra libertà finisce dove inizia quella dell’altro.

Siamo condannati, forse per il bene, a fare le cose insieme perché qualcosa avvenga. Va capito nella vita di tutti i giorni, nei nostri progressi personali, negli obiettivi che preghiamo di raggiungere. Va capito nella politica, che senza l’aiuto dell’altro non ce la faremo. O si raggiunge questa consapevolezza o tutto resterà sempre così come ora è: un mercato nel quale tutti urlano convinti di avere la carne migliore, dove l’unico scopo è di venderla, non di dar da mangiare a chi ha fame.

 

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Ubriacati di virtù

Ce vole tanto pe’ ubriacasse de virtù,

più de quanto ce ne voglia col vino.

Pe’ ubriacasse de virtù,

er bar n’è mai vicino.

 

Pe’ ubriacasse de virtù ce vuole fede e speranza,

un po’ come pe’ ubriacasse de vino,

ce vonno li sordi e puro la panza.

 

Ma la sbornia che te sale,

n’è de certo la stessa cosa,

t’accorgi che l’anima tua vale,

e che je va d’esse ambiziosa.

 

Che c’avrà puro mancanze e ‘n se sa quanti difetti,

ma chi l’ha detto che pe’ esse’ giusti,

tocca esse’ anche perfetti.

 

Mentre er vino è ‘n amicone,

che nun è poi ‘n vero amico.

Perché in fondo chi è amico de tutti,

lo fa solo pe’ esse fico.

 

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